Antichissima è la storia legata ad Acquaviva di Isernia.

Resti di mura e altri reperti archeologici fanno ritenere che sul suo territorio esistesse già in epoca sannita un primo insediamento. I Sanniti vi costruirono una rocca, un recinto e un santuario di cui ancora oggi restano tracce, creando così una utile sosta lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Successivamente i Romani costituirono nei pressi di Acquaviva di Isernia una loro colonia, edificandovi un tempio dedicato ad Apollo, nelle cui vicinanze la storia vuole siano stati martirizzati i santi Cassio e Casto.

Un primo nucleo abitativo si creò intorno al VIII secolo grazie all'insediamento di alcune famiglie di coloni, che furono autorizzate dai monaci dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno a stabilirsi nelle terre di proprietà abbaziale con il compito di dissodarle e coltivarle. Con la distruzione dell'abbazia, avvenuta il 10 ottobre nell'anno 881, ad opera di orde saracene, il nucleo si dissolse.

Ristabilita la calma, i monaci benedettini tornarono a San Vincenzo e attuarono, intorno al 955, un progetto di ripopolamento dei territori di proprietà dell'abbazia per farla tornare agli antichi splendori. La nuova strategia di ripopolamento era di tipo "sparso" e si basava sulla libertà di insediamento dei coloni, senza alcun obbligo di residenza deciso dall'abate. Così alcune famiglie si insediarono sulla roccia di Acquaviva di Isernia creandovi il primo borgo medioevale.

Tra il 1045 e il 1053 tutta la zona dell'Alto Volturno di proprietà dell'Abbazia, compreso il territorio di Acquaviva, fu usurpata dalla famiglia Borrello, di origini longobarde. I monaci invocarono la mediazione del papa Alessandro II che, come testimoniato dal Chronicon Volturnense, fu costretto a recarsi personalmente presso L'Abbazia. Il lavoro di mediazione garantì che ai monaci fosse riconosciuto il possesso su alcuni feudi usurpati tra i quali, nonostante non se ne faccia menzione nel Chronicon, si ritiene compreso anche il feudo di Acquaviva. Fu durante l'usurpazione che i Borrello costruirono il castello, costituito da un mastio di forma quadrangolare. L'edificio fu collocato su un'altura ben arroccata, confacente alle esigenze militari e posta di fronte alla chiesa di Sant'Anastasio ( XI sec. ), intorno alla quale si era sviluppato il nucleo abitativo originario. La collocazione dell'edificio borrelliano, inoltre, sembrava volesse sfidare il potere dell'Abbazia proprietaria della chiesa.

In epoca angioina, il borgo acquistò una certa omogeneità. Finito il tempo dello scontro tra papato e impero, infatti, l'armonia ritrovata si riflettè anche sull'architettura. Il castello, simbolo del potere feudale e laico, e la chiesa, simbolo del potere religioso, non più antagonisti, vennero racchiusi da una cinta fortificata che inglobando il centro storico confermava la pace fatta. Il borgo fortificato fu dotato di quattro torri e di una porta di accesso.

Molti furono i possessori del feudo e del suo castello. Nel 1269 per concessione di Carlo d'Angiò ne divenne titolare il cavaliere francese Filippo d'Angosa, ma questi non lasciò eredi, cosicchè il feudo passò ad un altro cavaliere francese, Matteo Rossiaco. Nel 1317 risulta proprietaria del feudo Iacovella di Ceccano, moglie in seconde nozze di Roberto d'Isernia. Nella seconda metà dello stesso secolo, la regina Giovanna I assegnò il feudo a Jacopo Catelmo conte di Popoli, la cui famiglia governò Acquaviva per circa due secoli. Nel 1648 sono i De Santo ad esercitare i diritti feudali.

Nella seconda metà del '700, il castello passò ad Andrea Carmignano, che lo detenne sino all'epoca dell'eversione della feudalità. Furono i Carmignano ad effettuare importanti lavori di ristrutturazione sul castello adattandolo ad abitazione signorile. Furono ampliate le finestre e fu creato un ingresso sul lato del piazzale Carbonari che, in seguito e più volte, fu rielaborato nelle sue forme.

Nel 1805, Acquaviva, subì un terribile terremoto. Il sisma fu detto di Sant'Anna per essere accaduto proprio il giorno in cui si celebrava la sua festa. Anche la piccola chiesa di Santa Maria del Rosario fu gravemente danneggiata, ma gli abitanti un anno dopo già avevano ricostruito le parti crollate, come ricorda una rozza epigrafe sulla finestrella: SACELLUM HOC TEMPORE DESTRUCTUM ITERUM FIERI FECIT DEVOTIO POPULI A. D. 1806. ( da www.francovalente.it/?p=21 )

Nel 1807 il comune, da sempre molisano, viene assegnato al circondario d'Isernia, governo di Rionero Sannitico, ed in questa occasione amministrativa rimarrà anche quando, nel 1811, il capoluogo di governo verrà spostato a Forlì del Sannio. A quest'ultimo comune fu accorpata nel 1928 per staccarsene nel 1946, quando fu eretta a comune autonomo.

Durante la seconda guerra mondiale, il castello subì gravi danni. Vennero rimosse le travi in legno che sostenevano i solai e questi, inevitabilmente, crollarono. Nel dopoguerra furono approntati dei lavori di restauro abbastanza approssimativi che non bastarono ad arrestare il degrado della struttura, che subì un ulteriore colpo con il terremoto del 1984.

Con i lavori di ricostruzione e di restauro successivi a tale evento sono state abbattute le parti pericolanti dell'edificio, ma a tutt'oggi l'operato risulta incompleto e ben lontano dal permettere che il castello torni al suo originario splendore. Resta comunque un castello che si erge poderoso sull'altura.

 Il martirio di Sant'Anastasio.

Anastasio nacque in Persia ( Iran ) con il nome di Magundat. Suo padre Han, l'aveva istruito alla magia e faceva parte dell'esercito persiano. Nel 614 essendosi Cosroe II impadronito di Gerusalemme, trasportò la Vera Croce in Persia. Magundad, incuriosito dalla reliquia, volle conoscere i fondamenti della religione cristiana. Ne rimase affascinato e volle abbracciare la fede cristiana. Si recò quindi a Gerusalemme per confermare la propria scelta religiosa e qui ricevette il battesimo assumendo il nome di Anastasio ( il risorto ). Passò sette anni di vita monastica, al termine dei quali si recò a Cesarea in Palestina. I persiani, che a quel tempo dominavano la zona, lo imprigionarono in quanto cristiano, lo torturarono ma non rinnegò la sua religione e lo portarono a Sergiopoli, dove, il 22 gennaio del 628, venne decapitato.

 I resti del corpo di Anastasio vennero trasportati a Roma sotto l'imperatore Eraclio intorno al 640 e si pensa che furono traslati nel monastero delle Acque Salviae ( intitolato poi ai Santi Vincenzo e Anastasio ). Sant'Anastasio divenne subito popolare e assunse anche proprietà taumaturgiche, riconosciute pure dal concilio di Nicea del 787. Il culto si diffuse in tutta Italia, grazie ad un accordo che re Liutprando conseguì con il papa Gregorio II, dopo aver restituito la città di Sutri. Liutprando si spogliò dell'armatura e delle proprie armi e le depositò sulla tomba di Pietro, poi, indossati gli abiti del pellegrino, visitò i santuari della città. 

Paolo Diacono, nella sua Historia, afferma che il re, probabilmente colpito dal culto del santo, al suo ritorno a Pavia fondò alcuni monasteri intitolati al martire persiano.

emblema: palma.                  

Luoghi di culto dedicati a Sant'Anastasio

  • Chiesa di Sant'Anastasio di Cardano al Campo (VA)
  • Chiesa di Sant'Anastasio di Olzai (NU)
  • Chiesa di Sant'Anastasio di Piazza al Serchio (Garfagnana)
  • Chiesa di San Vincenzo e Anastasio (Roma)
  • Convento di San Vincenzo e Anastasio, Abbadia di Amandola (AP)
  • Chiesa di San Vincenzo e Sant'Anatasio ad Ascoli Piceno
  • Cripta di Sant'Anastasio (Asti)
  • Parrocchiale di San Vincenzo e Anastasio di Villar Dora (TO)
  • Parrocchiale di San Vincenzo e Anastasio di Rignano Flaminio (Roma)
  • Parrocchiale di San Vincenzo e Anastasio di Capiago Intimiano (Capiago) (CO)
  • Parrocchiale di Sant'Anastasio Martire di Acquaviva d'Isernia (IS)

 Acquaviva d'Isernia è un comune montano di 464 abitanti ( nel 1911 gli abitanti ammontavano a 884, fonte ISTAT ) posto sui primi rilievi preappenninici ( altitudine 730 metri s.l.m. ) e precisamente nel bacino superiore del fiume Volturno, a destra del corso di uno dei suoi affluenti, il torrente Rio. Il territorio presenta un andamento altimetrico vario ed irregolare ed il paesaggio ne asseconda le caratteristiche con il rapido succedersi di rilievi più o meno pronunciati, coperti da una vegetazione in cui dominano la quercia ed il carpino. Il panorama che si gode da questo piccolo comune è suggestivo ed è offerto dalla catena appenninica dei Monti della Meta ( Mainarde ). Il comune si raggiunge lasciando l'Autostrada del Sole A1 ai caselli di Caianello (a 64 Km.) per chi proviene da sud, o San Vittore (a 58 Km.) per chi arriva da nord, percorrendo la statale 85 Venafrana e quindi imboccando e percorrendo per pochi chilometri la s.s. 158; da questa si diparte la strada che conduce all'abitato. Provenendo dal lato ovest e quindi da Isernia, invece, si percorrono pochi chilometri della statale 17 Apullo-Sannitica e quindi si raggiunge il breve tratto di strada che collega questa con la s.s. 158 passando, appunto, per Acquaviva d'Isernia.

Per la sua collocazione geografica, che lo pone a breve distanza dai centri turistici abruzzesi, come Roccaraso, Pescocostanzo, Rivisondoli, è frequentato, specie nel periodo estivo, da turisti, accolti dagli Acquavivesi con i loro modi semplici e cordiali. 

A 16 km. da Acquaviva d'Isernia è possibile visitare l'Abbazia di San Vincenzo (nel comune di Rocchetta a Volturno ) e i suoi scavi medioevali (www.sanvincenzoalvolturno.it). Troverete un luogo dove rilassarvi, meditare e godervi la natura in silenzio. Soprattutto troverete il sorriso sereno di tre  monache benedettine americane ( Madre Miriam, Madre Filippa e Madre Agnese ). (www.sanvincenzoabbey.org )

nuova Abbazia di San Vincenzo al Volturno

L'economia del paese, una volta basata prevalentemente sull'agricoltura, sull'allevamento ovino-caprino, suino e sullo sfruttamento di alcuni boschi di ceduo, attualmente è imperniata sul terziario, sulle piccole attività commerciali e sul lavoro dipendente all'interno delle aziende della provincia. L'allevamento ovino-caprino e suino, trova ancora un piccolo spazio nel quadro produttivo locale, come lo trova ancora la coltivazione, in piccoli orti, di patate, fagioli, fave, verdure varie, zucchine, pomodori ecc...

Di rilievo dal punto di vista architettonico, è il castello dei Carmignano, di impianto longobardo ed oggi appartenente a più proprietari, cui si aggiungono la chiesa di Sant'Anastasio, la cappellina della Madonna del Rosario e il Santuario di Santa Maria Assunta.

Per quanto riguarda la gastronomia, Acquaviva non presenta un piatto tipico esclusivo ma l'origine contadina e pastorale della sua gente, fa sì che si possano assaporare tutta una serie di pietanze e di prodotti che hanno stretto legame con la cultura e la tradizione locale. Da gustare: formaggi, piatti a base di carni ovine-caprine e suine, di "sagn' e fasciuol" ( ottimi e ricercati i fagioli locali ), di "cotigh' e fasciuol", di lasagne e... arriviamo ai dolci come le "scurpell", le "pizzelle", le "cioffe", i biscotti al vino e... non dimentichiamo il pane con le patate, fresco e croccante, prodotto, nel forno a legna dal panificio locale e venduto anche nei paesi limitrofi ed in alcuni negozi alimantari di Isernia. 

Il folklore ad Acquaviva si materializza nel grande falò che si accende la sera del 21 gennaio, vigilia dei festeggiamenti del Santo Patrono, Anastasio. "La Focata", come viene qui definita, si alimenta con ginepri tagliati nel territorio circostante. Una tradizione sentita, che fortunatamente regge al trascorrere del tempo e richiama solitamente anche gli Acquavivesi sia da fuori regione che dall'estero. Un momento particolare, quest'ultimo, perchè intorno al grande mucchio di brace si intrecciano i racconti delle generazioni che rivivono tempi ormai andati tra un morso alle salsiccie, alle bistecche e alle patate alla brace insieme ad un bicchiere di buon vino.

Anticamente "La Focata" veniva fatta nelle piazzette di ogni via del paese. Venivano composte delle cataste di tronchi di varie misure che, accese, servivano a richiamare la gente che ancora si trovava nelle campagne o nei pascoli, invitandoli a raccogliersi intorno ai falo'.

Questi falo' invernali servivano anche ad illuminare le vie che, nel periodo invernale e con la neve, erano impraticabili. Con l'arrivo dell'elettricità questi falo' si sono riuniti tutti sul sagrato della Chiesa, dedicata al Santo Patrono, Anastasio ( vedi fotoalbum ). La brace veniva raccolta e portata nelle case perche' il fuoco veniva benedetto dal sacerdote durante l'accensione ( in onore di Sant'Anastasio ). 

Tipica, per la presenza dell'ottimo fagiolo locale, anche "La fagiolata" di fine estate, appuntamento molto atteso che ogni anno richiama tanta gente.

Gli amministratori, che hanno individuato nel turismo la possibilità di crescita più concreta, hanno previsto il recupero del centro storico e la realizzazione di strutture per il tempo libero comprensive di ristoro e ricettività diffusa. Buon lavoro ragazzi!   

 

      

  Lo stemma, concesso con Decreto del Presidente della Repubblica, raffigura una fontana zampillante.

 

 

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